“Prince è morto, possa il potere della New Power Generation vivere
per sempre”. Recitava, in spagnolo, una voce femminile, un’operatrice
telefonica che, con alcuni avvisi, telefonate e dichiarazioni, fungeva da ponte
tra una canzone e l’altra nel meraviglioso disco, “The Gold Experience” uscito
nel lontano 1995, una delle mille incarnazioni di quel genio di Roger Nelson, in arte Prince. Questa volta non si tratta di
provocazione o gesto iconoclasta, come quello di farsi ritrarre con la scritta SLAVE sulla fronte ed incatenato per
protesta contro la Warner, uccidendo il suo nome, sostituendolo con un simbolo,
poi con l’acronimo TAFKAP (the
artist formerly known as prince) o TORA
TORA (the one real artist). Stavolta il tristo mietitore ha calato davvero
la falce, in un anno funesto come il 2016, che ha visto volare via David Bowie,
Lemmy, Keith Emerson e molti altri in un’ecatombe che ha ben pochi eguali nella
storia del rock. Quei formidabili anni ’90 a risalire la china, a ridefinire se
stesso dopo una stagione di successi irripetibile: l’oscar con “Purple Rain”,
il meltin pot, il pout pourri di generi, dall’hard, al
funk, al jazz, passando per il soul e la psichedelia di “Around the world in a
day” e il monumentale “Sign O’ the times”, Prince era il Re Mida del pop, che
trasfigurava in oro tutto ciò che toccava, come David Bowie prima di lui, il
folletto monstre della chitarra, il funambolo delle tastiere, l’houdini della
batteria. Performed, written, arranged
and produced by Prince, era la scritta che campeggiava sul retro copertina
di ogni suo disco: il one man band, il padrone della festa, una spanna avanti a
tutti. Persino Miles Davis, che non era certo parco di insulti e prodigo di
complimenti, lo definì il Duke Ellington degli ultimi trent’anni, vedendosi
ricambiare il gesto d’affetto con un biglietto con su firmato GOD, Dio. Gli
riusciva di tutto, persino mescolare Enrique Iglesias a Santana (Te amo
corazon, qualcuno se la ricorda?) e glielo perdonavi, perché “Money Don’t
matter 2 nite”, “Housequake”, “The morning papers”, “The cross” non le scriveva
certo chiunque, ma lui, solo lui. Poteva permettersi scivoloni simili, perché di
Prince è stato bello tutto, anche la merda. Un artista completo, un performer
assoluto, un intrattenitore perfetto. Solo la musica gli interessava, solo la
musica ha prodotto, solo la musica resterà, imperitura ed incancellabile, nelle
nostre anime. Il cielo si tinge di viola, vola Victor, il tuo sacrificio non
sarà vano. I got three chains of gold,
they will shine forever
Amen! Dovrò approfondire l'immenso artista, andando oltre "1999", "Purple Rain" e "Sign O' the Times" ;)
RispondiEliminaGrazie per il passaggio, Robert. I dischi anni novanta di Prince sono capolavori. Ti consiglio "The Love Symbol" e "The Gold Experience". Fammi sapere! Buona giornata! Paolo
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