Tom Waits

Tom Waits
The greatest of all

lunedì 11 gennaio 2016

Addio David

Alla fine è successo. Ciò che temevi di più: l'artista preferito, del quale hai mandato a memoria tutte le canzoni o quasi, che cercavi di imitare, seguire, capire la magia di quella voce pastosa, rotonda, baritonale, ma capace di salti di ottave mirabolanti, è volato via, per sempre. In un modo del tutto inaspettato, poi. Dopo l'annuncio a sorpresa, appena tre anni fa, il giorno del suo compleanno, di un nuovo disco di inediti dopo ben dieci anni di assenza, "The Next Day" un meraviglioso bignami del miglior Bowie possibile e che ce lo aveva restituito in ottima forma, di fatto inaugurando una nuova fase artistica culminata nel cupo, ma allo stesso tempo abbacinante di luce, "Blackstar". Sembrava che David potesse vincere la morte ed invece no. Non può essere. Scopri che è malato da tempo, da diciotto mesi, che combatte una lotta impari con un tumore, ma alla fine vuole vincere: essere ricordato, lasciare una traccia. Eccolo, "Blackstar": annunciato l'otto gennaio 2016, anticipato da due singoli, la sinuosa title track, scelta come colonna sonora di un nuovo telefilm della BBC, "The Last Panthers", corredata da un video funereo, in cui canta quasi in preda ad una crisi epilettica, con una benda sugli occhi, brandisce una bibbia nera, sacrifica Major Tom sull'altare di una divinità mostruosa, a metà strada tra i Grandi Antichi e Chtulhu, richiamata da pazzi invasati con un teschio in mano: una trascinante drum and bass, midtempo con un bridge bluesy accattivante ed una coda che si ricollega all'inizio, con un'incedere marziale. Dieci minuti di apocalisse. L'altro video, "Lazarus", ballad Cure Style, era Disintegration, nel quale David si contorce all'interno di un letto appartenente ad un'ospedale psichiatrico e guarda stentoreo dinanzi alla telecamera, togliendosi le bende, mostrando rughe e cicatrici, per poi scomparire nell'anta di un armadio, per ritornare in un'altra dimensione. Il resto del disco si dipana tra le trascinanti "Tis a Pity she was a Whore" e "Sue (or in a season of crime), le due facce della stessa medaglia Walkeriana, tra Black Tie White Noise, Nite Flights (la prima) e 1.Outside (la seconda) qui arricchite dalla créme jazzistica newyorchese del nuovo millennio: Tim Lefebrve, al basso, Mark Giuliana, alla batteria, Donny Mccaslin al sax ed al flauto, Ben Monder, alla chitarra elettrica, infine Jason Lindner, al pianoforte, organo e tastiere. Jazzisti che suonano con un piglio rock, dando quel tocco sbilenco, imprendibile ed imprevedibile al disco, dove è la sola "Girl Loves me" a stonare nel contesto, un giocattolino di lusso, che dimostra come David sia attento alle novità che gli gravitano intorno: Boards of Canada, Death Grips, in testa, come annunciato dal fido Tony Visconti, qui coinvolto alla produzione, in cartella stampa di presentazione del disco. Chiudono il programma due splendide ballate, legate l'un l'altra da un beat di batteria elettronica. l'Harrisoniana "Dollar Days", con un assolo di sax che si leva sullo spazio infinito e "I can't give everything away", una "Never Let me down" 2.0, il commiato di un artista geniale, mai uguale a se stesso, che prevedeva e preveniva il futuro, cosciente della caducità della vita, che per poter essere afferrata e sapere di eterno doveva essere sigillata dalla cera lacca dell'arte. "Blackstar" è il suono dell'anima che si stacca dal corpo, che racconta la sua fine, ma anche di un nuovo inizio. Planet earth is blue and there's nothing I can do. Ciao David, saluta Lou e bevi con lui alla mia salute. A presto. I am a Blackstar, I'm not a wandering star