Tom Waits

Tom Waits
The greatest of all

lunedì 24 febbraio 2014

Eric Dolphy - Out to Lunch!























Tradizione, ricerca, innovazione. Sognante, folgorante, spiazzante. Flauto, Sax contralto, clarinetto basso. In una parola: Eric Dolphy. Musicista straordinario ed innovativo, con i piedi ben saldi nella tradizione jazzistica post-Be bop, ma in continua ed incessante smania di forzarne i limiti tecnici, timbrici ed armonici, Dolphy è stato un genio assoluto, dotato di una dedizione alla musica ed un senso dell’armonia pressoché unici nella storia della musica afro americana.
Uno e trino come gli strumenti di cui è stato mirabile maestro, il sax contralto, strumento consegnato alla gloria dall’immenso Charlie Parker, di cui il musicista californiano ricalca le gesta, suonando dapprima come un disciplinato erede, poi come un figlio rinnegato; il flauto traverso, strumento dolce come l’ambrosia e dal suono celestiale e sfuggente, in mano sua un rivolo di note incandescenti, che saltano dentro e fuori il pentagramma, propaggine estrema della musica d’avanguardia e tentativo di imitazione del canto degli uccelli. Infine, il Clarinetto basso, strumento usato rarissimamente nel jazz, con cui Dolphy supera se stesso e sfida l’intero mondo jazzistico, ancora a bocca aperta di fronte a cotanta padronanza tecnica e timbrica, nonché all’impressionante gamma di linguaggi del tutto nuovi e soluzioni aperte che era capace di creare ed infondere, ogni volta che lo imbracciava. L’immenso capolavoro che è “Out to Lunch!” è felice sintesi di tutto ciò.
Registrato il 25 Febbraio del 1964, è di fatto l’ultimo approdo (Dolphy ci lascerà, ahimè, pochi mesi dopo, stroncato da un diabete non diagnosticato) del grande jazzista californiano, felice terra di nessuno tra bop, avanguardia, free-jazz e ricerca: un campionario di follie atonali, tenui ballate ed asperità boppistiche, che sembrano i deliri del cappellaio matto alle prese con un enigma impossibile da decifrare, come dimostrano chiaramente le sette lancette che spuntano da ogni dove nel quadrante dell’orologio della splendida copertina. Il viaggio folle inizia con “Hat and Beard”, una marcetta espressionista, un camembert molle di Daliniana memoria, che sembra cristallizzarsi nel tempo e nello spazio in un andamento ondivago, bizzarro, disegnato dalla batteria di Tony Williams, il contrabbasso di Richard Davis ed il Vibrafono di Bobby Hutcherson, che fungono da tappeto sonoro alle scorribande del leader ed il canto strozzato ed inquietante del suo clarone, che produce micro cellule impazzite, scale ascendenti, piccoli centri tonali che sembrano mettere in discussione in ogni momento la composizione e lo spazio circostante. In particolar modo il vibrafono, funge allo stesso tempo da ponte per le improvvisazioni solistiche e collettive di Dolphy ed i suoi sodali, talvolta creando significativi vuoti, quasi un’ attesa messianica che si tramuta in precipitosi balzi nell’ignoto, in avventure sonore diverse e sempre nuove.
“Something Sweet, Something Tender” è l’unica ballata del disco, introdotta dal contrabbasso suonato con l’archetto e dalle note celestiali del vibrafono a coadiuvare ancora una volta il clarone impazzito del leader. Ma le sorprese non finiscono qui: se “Gazzelloni”, mirabile composizione astratta dedicata al grande musicista italiano, Severino Gazzelloni soprannominato “il flauto d’oro”, stupisce per l’assoluta padronanza di Dolphy del flauto traverso, che tra le sue dita si apre a mille possibilità, dialogando con la tromba del grandissimo Freddie Hubbard, che pungola il leader e suggerisce spunti ed idee sempre nuove, interrogandosi di continuo sul percorso da seguire, sono la title track e la furiosa “Straight Up and Down” l’apice di questo disco unico ed ineguagliato. Qui Dolphy lascia la parola al suo sax contralto e si resta abbagliati di fronte al coacervo di idee, esperienze e linguaggi che il jazzista espone con assoluta disinvoltura e facilità estrema nel corso di venti minuti complessivi, anticipando di fatto i salti nel vuoto dei musicisti di Chicago appartenenti  all’AACM come Braxton e Roscoe Mitchell, nonché le coraggiose escursioni atonali del geniale sassofonista newyorchese Albert Ayler.
Dopo cinquant'anni suonati, “Out to Lunch!” continua ad ammaliare e stupire, lasciando allo stesso tempo un senso di frustrazione e rammarico nei confronti dello sfortunato musicista autore di questo ineguagliato affresco sonoro, che non è riuscito ad ottenere in vita il successo e la visibilità tanto agognate, perché segnato da un destino beffardo e maligno allo stesso tempo. Ma come si sa, la musica è immortale, così come il suo autore. So Long, Eric. Don't stay over there too long.


domenica 23 febbraio 2014

Miles Davis - Bitches Brew

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Annus Mirabilis 1969: la guerra in Vietnam si sta gradualmente trasformando in un’ecatombe, un armageddon, l’uomo mette piede per la prima volta sulla luna, i quattro giorni di ‘Pace Amore e Musica’ di Woodstock ed il suo messaggio di pace ed armonia scoppia come una bolla di sapone e deflagra nella violenza degli scontri tra polizia e manifestanti per le strade e trasformandosi in tragedia ad Altamont, durante un concerto dei Rolling Stones, dove un giovane viene freddato davanti ad una folla che assiste attonita ed inerme alla pubblica esecuzione. In quei fatidici giorni, dal 19 al 21 Agosto, il più grande jazzista del mondo dava linfa vitale ad uno dei progetti musicali più duraturi ed influenti della storia della musica, un punto di non ritorno, una sorta di grado zero del jazz, ma anche del rock.

”Bitches Brew” è un disco inaudito, unico ed inimitabile. Un flusso di coscienza sonoro, un immane torso di elettricità che si staglia come un monolite nel cielo ed irradia con la sua imponenza il paesaggio che lo circonda. Il disco del doppio: l’uomo e la donna, il carnale e lo spirituale, il terreno ed il trascendente, come ben documenta la meravigliosa copertina, un dipinto dell’artista tedesco Mati Klarwein, già noto per aver illustrato il celeberrimo disco di Santana “Abraxas”. Un fiore che brucia (simbolo della stagione Hippy che muore) che si ricongiunge ad un cielo in tempesta, che si erge su un mare schiumoso e primordiale, alle cui sponde un uomo ed una donna abbracciati, due nativi di un’Africa potente ed immaginaria, scrutano l’orizzonte. Sul retro, due mani, in un sinuoso intreccio di dita chiare e scure, si uniscono ed emanano da una donna bifronte, nera e bianca anch’essa, con il volto imperlato di sudore ma con i tratti somatici dei nativi d’Africa, quasi a comunicare che l’uomo bianco discende dall’uomo nero. Nero è anche l’uomo incappucciato che si trova accanto a questa immagine, nera è la strega, con il volto truccato di bianco ed un’espressione tra il messianico e l’orgiastico, quasi fosse pronta a scagliare una maledizione.

Il disco è un’estensione, una propaggine del Miles - Gemelli (suo segno zodiacale), un giano bifronte che aspira al trascendente, come uno sciamano che dialoga con le forze oscure della natura e che con la sua tromba dirige i suoi sodali, doppi anch’essi: due batterie (Jack DeJohnette e Lenny White), due strumenti a percussione (Don Alias e Jumma Santos) due sax (il soprano di Wayne Shorter ed il clarinetto basso di Bennie Maupin), due, anzi, tre (!) piani elettrici (Chick Corea, Joe Zawinul, Larry Young), due bassi (quello acustico di Dave Holland e quello elettrico di Harvey Brooks), infine la chitarra di John McLaughlin che si contrappone alla tromba distorta, piena di echi e riverberi, grazie agli effetti di editing del suo produttore e musicista speculare Teo Macero, quasi una riproposizione fantasmatica della chitarra di Jimi Hendrix e del mantra spaziale del suo “Electric Ladyland”.

Il primo disco è un’orgia di suoni e visioni, un flusso ininterrotto di elettricità e tribalismo: “Pharoah’s Dance”, di Joe Zawinul, perfetto alter-ego musicale di Miles che di lì a poco fonderà i Weather Report, si snoda per venti, lunghissimi minuti, in un incalzare sincopato ed allo stesso tempo spezzettato, delle batterie, tra cui si insinuano le tastiere elettroniche e le percussioni, in una sorta di rito iniziatico, di battesimo del fuoco. La musica viene dilatata, espansa, in una sorta di brodo psichedelico: le tastiere si ringhiano contro, i vamps (le figure ripetitive ritmiche prese a prestito da James Brown e da Sly Stone che Miles amava) del basso insistono perentori, la chitrarra di McLaughlin disegna acquerelli elettrici, mentre la tromba dello sciamano si pone al di sopra delle maglie sonore colorando tre note stridenti prima di disperdere il caos.

Prima ancora che ci si possa riprendere dallo stordimento, la title track, firmata dallo stesso Davis, ci regala altri ventisei minuti di fuoco, magma e pozioni ribollenti. Una sorta di attesa dell’Oracolo, scandita dalle note del basso e spezzata dalle tastiere e dal rombo delle batterie. La tromba di Miles fa da guida con le sue note pregne di eco e riverbero, preludendo alla frase insisitita del basso che sembra emergere dal nulla e viene poi coadiuvato dal borbottio del clarino basso e dallo schioccare di dita dello sciamano Miles. Poi un suono ricco di insieme viene lanciato, quasi all’unisono, dagli strumenti e la tromba di Davis scimmiotta il tema di “Spinning Wheel” dei Blood Sweat and Tears, quasi una beffa, uno schiaffo in pieno volto alla borghesia bianca votata al jazz che vuole suonare come i neri senza riconoscerne il merito e l’influenza.

Dopo una lunga serie di intrecci e di intarsi di chitarra, basso e tastiere culminanti nell’assolo al soprano di Shorter, il nastro si spezza e si ritorna alla sezione iniziale di borbottìo di clarino e la frase insistente di basso, incollata ad arte da Macero. Poi l’ultima deflagrazione di tastiere basso e batterie sfuma sotto la tromba di Miles.

Il secondo disco suona come una riproposizione più misurata e disciplinata della musica, ma si fa per dire. In “Spanish Key”, Jack DeJohnette e Lenny White picchiano un tempo marcatamente rock su una ritmica funky della chitarra di McLaughlin e le tastiere impazzite di Corea e Larry Young innestano un dialogo con la tromba di Miles Davis in una sorta di jam session collettiva sullo stile bandistico delle fanfare di New Orleans. “John McLaughlin”, suonato solo dalla sezione ritmica, senza Miles e Shorter, è un atto di ringraziamento nei confronti dell’altro alter-ego di Miles, McLaughlin, segue gli stessi stilemi Rythm and Blues della precedente composizione in poco più di quattro minuti, una sorte di ponte al Rush finale di “Miles Runs the Voodoo Down”, quasi festosa, colorata e bandistica, guidata dalla batteria di Don Alias, in una sorta di estasi carnevalesca.

La Shorteriana “Sanctuary”, languida ballata, chiude il disco e propone una pacificazione, una catarsi. Una benedizione successiva alla celebrazione del tempo e dello spazio e del rituale pagano della notte e del giorno.

Dopo quarantacinque anni questo disco suona ancora fresco e rivoluzionario, come fosse uscito ieri. Una cornucopia di suoni e visioni, un capolavoro senza tempo che ha diviso critici ed amanti della musica della più diversa estrazione, ma che ha finalmente abbattuto le barriere tra jazz e non jazz, inaugurando un modo nuovo di produrre la musica e di fruirla, con i rivoluzionari utilizzi della stereofonia e degli elementi di editing e post – produzione del mago teo Macero, ma soprattutto con le geniali trovate di un musicista unico ed inimitabile come Miles Davis, che filtra tutte le esperienze della musica nera e bianca e le sintetizza in una maniera del tutto inedita ed assolutamente affascinante.

”Bitches Brew” venderà quasi 500.000 copie, surclassato solo da un altro disco – capolavoro di Miles Davis, “Kind of Blue”, cambiando per sempre la storia della musica.

Lo stregone vive: Miles Runs the Voodoo Down.