Tom Waits

Tom Waits
The greatest of all

mercoledì 26 marzo 2014

Lou Bond - S/T



Lou Bond non può essere considerato alla stessa stregua degli altri artisti che popolano il Music Business, sia quelli presenti che quelli futuri.
Così recitano le note di copertina dell’unico, rarissimo disco omonimo del 1974, targato We Produce, sussidiaria etichetta della gloriosa Stax. E c’è da credergli; non fosse che, con la dovuta eccezione di pochissimi appassionati di musica ed addetti ai lavori, nessuno più ricordava chi fosse Lou Bond. Eppure questo cantore nero, dalla voce di velluto, autore di testi poetici, sognanti, talvolta taglienti ed abrasivi, contro ogni tipo di guerra, o subdolo controllo dell’informazione e delle menti umane, aveva colpito nel profondo nientemeno che i Boss della Chess, che decisero di scritturarlo per alcuni singoli, purtroppo finiti nel dimenticatoio, a far polvere sugli scaffali della suddetta casa di produzione.
Ma, fortunatamente, c’è chi ancora ama la musica e l’emozione pura, come la favolosa etichetta Light in The Attic, che, dopo Sixto Rodriguez, restituisce a Lou Bond la tanto agognata visibilità, ristampando quel tesoro sommerso del lontano 1974, un felicissimo crocevia tra soul di marca Stax, Folk e Pop alla Bacharach, coadiuvato dalla Memphis Symphony Orchestra.
“Lucky Me” è pura poesia urbana, pregna di nostalgia e toccanti preziosismi acustici degni del miglior Tim Buckley, mentre “Why Must Our Eyes Be Turned Backwards” distilla parole al vetriolo all’indirizzo dell’imperialismo religioso, cantate con un falsetto sognante alla Jackie Wilson, con un accompagnamento orchestrale che sembra esser stato preso a prestito da Isaac Hayes o dal Marvin Gaye di “What’s Goin’ on”.
Ma il vero uppercut sonoro risiede nei dieci, intensi, minuti di “To the Establishment” (già campionata da artisti come Prodigy ed Outkast), una toccante ballad guidata da un basso che avanza felino, fino ad inerpicarsi su su, fino ad un’apoteosi di fiati ed Orchestra, mentre Lou Bond canta estatico, come se Arthur Lee si riunisse a Terry Callier per una continuazione della vibrante “Dancing Girl”, toccante dedica al leggendario Charlie Parker, di appena un anno prima.
La splendida rilettura del classico di Carly Simon “That’s the Way I’ve Always Heard it Should Be” e la sfacciata “Come on Snob”, che ammonisce i benpensanti a “non mettersi sdegnosamente col naso all’insù per respirare un’aria diversa, perché quest’ultima è inquinata”, un po’ Nick Drake, un po’ Sixto Rodriguez, ci riconsegnano un vero e proprio gioiello, che ha dovuto aspettare ben quarant'anni per avere il giusto riconoscimento, come avviene con le più grandi opere d’arte. Direi che l’attesa sia stata ampiamente ripagata.


lunedì 17 marzo 2014

Demon Fuzz - Afreaka!





Alzi la mano chi ha sentito parlare almeno una volta dei Demon Fuzz. Uhmm.. Lo sospettavo.. Ma non è colpa vostra. Se il mondo fosse un posto migliore dove vivere, ove regnasse la giustizia e l’equità sociale, i Demon Fuzz verrebbero considerati una delle cose migliori mai accadute alla musica moderna. Non è un’iperbole, né un’esagerazione e basta ascoltare attentamente questa incredibile miscela di fuzz-rock, funk, afro beat e soul psichedelico per gridare al miracolo e sposare appieno la tesi di cui sopra.
Il disco esce nell’anno 1970 nella fiorente e sfortunata scena underground londinese condivisa da gruppi egualmente grandiosi ma relegati nell’oblìo (si spera ancora per poco) come Cymande, Black Velvet, Noir. I Demon Fuzz si muovono con slancio, dapprima con un nome diverso, Skatalites, proponendo una sorta di ska festoso e stradaiolo per i club londinesi, finché nel 1969 cambiano nome e pelle esibendosi con regolarità all’Interstate Road Show in una miscela di Rock, tribalismo, psichedelia, soul e funk, traendo ispirazione da modelli come Sly and the Family Stone, Jimi Hendrix ed i Funkadelic di George Clinton. I Demon Fuzz piacciono talmente che verranno scritturati nientemeno dalla Pye attraverso una sotto-label, la Dawn (in America la Janus) che produrrà il loro unico, incredibile one-shot: “Afreaka!” dal titolo di una canzone del grandissimo trombettista Lee Morgan contenuta nel suo disco del 1967, “The Sixth Sense”, con una copertina alquanto bizzarra: un omaccione nero, muscoloso, che guarda fiero dinanzi a sé con un passamontagna colorato e dal naso a punta: tentativo abbastanza palese di arrivare ai giovani dei college londinesi, ancora affamati di psichedelia.
Il contenuto è però assolutamente stupefacente: si parte con l’arpeggio Sabbathiano, pieno di fuzz e distorsione di “Past, Present and Future” che dopo neanche un minuto si lascia andare ad uno swingante ritmo afro con assolo di chitarra in wah-wah, per poi cambiare di nuovo pelle dopo altri tre minuti trasformandosi in un irresistibile reggeae-boggie con contrappunto di fiati ed organo. “Disillusioned” è un’intensa ballata folky stile Traffic con tanto di percussioni, che poi diventa qualcosa come un incrocio tra il Van Morrison di “Moondance” e le migliori sortite funk dei Temptations con una spruzzata di progressive-rock.
Ma il bello deve ancora venire. Se “Another Country” è una potentissima miscela di afrobeat e funk, con un incredibile interludio psichedelico, una sorta di raga, suonato da batteria, basso, organo e sax, sono le tracce conclusive l’apice del disco: il gospel evoluto di “Hymn to Mother Earth”, una zona franca tra Temptations, Bob Marley e Funkadelic. Infine la conclusiva “Mercy”, un funky-boogie irresistibile ed interamente strumentale con un assolo di trombone assolutamente fantastico ed una ritmica metronomica. Anche le Bonus Tracks sono una miniera d’oro: la ripresa quasi progressive del classico di Screamin’ Jay Hawkins “I Put a Spell on You” che mette in mostra le incredibili capacità vocali del cantante Smokey Adams, una sorta di Steve Winwood nero, una “Message to Mankind” in odore di Traffic e la strumentale “Fuzz Oriental Blues”, con un intro alla Hendrix ed un corpo sonoro tra Traffic, Cream e Fela Kuti. Da non credere ai propri timpani.
Un disco assolutamente immancabile in ogni discoteca che si rispetti o per chiunque ami la grande musica e desideri immergersi in questo brodo psych-funk assolutamente affascinante: Mother Earth, you are so divine...